ILVA, modello di progresso patologico


I costi reali del progresso industriale, quelli che non si sa o non si vuole prevedere, sono i costi incalcolabili. Sono quelli che si pagano sempre più tardi. E spesso seppelliscono i benefìci della prima ora sotto montagne di rifiuti tossici, di malattie e di morti.

Questa è lezione principale del Novecento insieme a quella dei più noti genocidi hard. Ma è più sottile, perché richiede di collegare punti lontani nel tempo e nello spazio. Così i decisori fanno fatica a recepirla e ad imparare da una storia così poco lineare.

È proprio di questo tipo la lezione che il caso Ilva e il disastro di Taranto rappresentano in proporzioni spaventose, almeno per il nostro Paese. Lo dimostra oltre ogni dubbio l’eccezionale documentario Ilva – A denti stretti di Stefano Maria Bianchi. La piccola, sordida e amara cronaca dei meschini innocenti, dei santi come i bambini malati o defunti e i loro genitori, dei criminali come gli allevatori abusivi di cozze alla diossina, intessuta con l’epica dei magnati e dei mastodonti industriali e dele loro immense roccaforti irte di ferri e di fumi incurabili, corazzate dall’alibi del lavoro e dalla retorica servile del progresso, sullo sfondo di istituzioni ignoranti ed evasive, da sempre nascoste dietro il dito delle formalità, incapaci di proteggere i cittadini.

Il film tutto avvicenda in un affresco doloroso, quasi insopportabile a volte, che rasenta la perfezione della disperazione. Giusto, perché solo dalla disperazione può nascere la consapevolezza e un desiderio violento di pensare modelli di sviluppo agli antipodi di questo esperimento fallito che ancora tanto male ha da fare.

L’unico vero provento di questo progresso malnato, la medicina, tenta di arginare il conto da pagare, la fioritura di malattie abnormi che sempre più si trova davanti: così racconta dal fronte, fra gli altri, la mamma di Giorgio, ucciso da un sarcoma dei tessuti molli. Lei se lo porta sempre alle manifestazioni, ritratto sulla maglietta.